Chiamatemi el_jerroz. Ognuno mi chiama con un nome o un soprannome diverso, ma questo lo sento più mio. Riesce ad essere al contempo familiare ed esotico.
Aprite gli occhi, aprite il cuore, perchè il vero mondo da scoprire è quello che avete intorno tutti i giorni. Sono riuscito ad allargare i miei orizzonti semplicemente cominciando a studiare a Bologna. Non c’è bisogno di viaggi mentali o fisici o esperienze estreme, c’è bisogno di volontà e di chiedersi cosa ci sia dietro l’angolo. Tutto qui.
Buona vita, miei ipocriti lettori.
Aprite gli occhi, aprite il cuore, perchè il vero mondo da scoprire è quello che avete intorno tutti i giorni. Sono riuscito ad allargare i miei orizzonti semplicemente cominciando a studiare a Bologna. Non c’è bisogno di viaggi mentali o fisici o esperienze estreme, c’è bisogno di volontà e di chiedersi cosa ci sia dietro l’angolo. Tutto qui.
Buona vita, miei ipocriti lettori.
dal post del 10 novembre 2006
Perché “Le città invisibili”?
Pensavo che i giorni passano e nessuno sa il perchè del titolo che ho dato al blog.
Le città invisibili è un libro di Italo Calvino, un libro bello, poetico, spezzettato ma non discontinuo, che fa commuovere ma non piangere. Quando lo lessi, un mese fa, rimasi stupito, ammirato: Calvino fotografava città inesistenti dando ad ognuna il nome di una donna e raccontandole attraverso le parole di Marco Polo a Kublai Khan.
Ho pensato che bene o male tutti noi siamo delle città. Nasciamo, come tante città, in un incrocio di due strade, che portano ad altrettante città; prima siamo un villaggio, poi un paesino e cresciamo cresciamo fino a diventare metropoli. Cominciamo a collegarci con altre città, a stabilire contatti con esse, scambi, interrelazioni che arricchiscono le rispettive economie. Una fitta rete di connivenze fra noi e gli altri. Anche dentro di noi però le cose cambiano: ci complichiamo, in sensi unici, raccordi autostradali, metropolitane; ci sofistichiamo e a volte ci impoveriamo. Cambiamo anche amministrazione, come le vere città: per anni abbiamo un certo stile di vita, poi succede qualcosa che ci fa cambiare e non siamo più gli stessi, abbiamo nuovi obiettivi e cambiano i nostri rapporti con lo spazio urbano e con le altre città. Diamo più importanza a certi aspetti e meno ad altri, riescono meglio gli scambi con alcune città che non con altre. E cresciamo nella spoporzione del tempo e dello spazio, ognuno in maniera unica e irripetibile.
Tutti noi uomini siamo al contempo due città: quella che formiamo stando assieme e quella che siamo isolatamente.
E come città a volte prendiamo strade sbagliate, sensi unici che ci portano solo in un posto o strade senza uscita che ci costringono a fare retromarcia. E come città abbiamo i nostri miti, i luoghi comuni, le rivalità con altri, le leggende e le favole. Abbiamo i nostri personaggi famosi, lo stile di vita, le delusioni.
Siamo complicati e felici di esserlo, come le città. Ogni città ama e odia sè stessa e vive in questo precario equilibrio di potenzialità e staticità. Ogni uomo ama e odia se stesso.
Siamo città, ma città invisibili: nessuno sa di esserlo e nessuno segna la mappa dei legami.
Le città invisibili è un libro di Italo Calvino, un libro bello, poetico, spezzettato ma non discontinuo, che fa commuovere ma non piangere. Quando lo lessi, un mese fa, rimasi stupito, ammirato: Calvino fotografava città inesistenti dando ad ognuna il nome di una donna e raccontandole attraverso le parole di Marco Polo a Kublai Khan.
Ho pensato che bene o male tutti noi siamo delle città. Nasciamo, come tante città, in un incrocio di due strade, che portano ad altrettante città; prima siamo un villaggio, poi un paesino e cresciamo cresciamo fino a diventare metropoli. Cominciamo a collegarci con altre città, a stabilire contatti con esse, scambi, interrelazioni che arricchiscono le rispettive economie. Una fitta rete di connivenze fra noi e gli altri. Anche dentro di noi però le cose cambiano: ci complichiamo, in sensi unici, raccordi autostradali, metropolitane; ci sofistichiamo e a volte ci impoveriamo. Cambiamo anche amministrazione, come le vere città: per anni abbiamo un certo stile di vita, poi succede qualcosa che ci fa cambiare e non siamo più gli stessi, abbiamo nuovi obiettivi e cambiano i nostri rapporti con lo spazio urbano e con le altre città. Diamo più importanza a certi aspetti e meno ad altri, riescono meglio gli scambi con alcune città che non con altre. E cresciamo nella spoporzione del tempo e dello spazio, ognuno in maniera unica e irripetibile.
Tutti noi uomini siamo al contempo due città: quella che formiamo stando assieme e quella che siamo isolatamente.
E come città a volte prendiamo strade sbagliate, sensi unici che ci portano solo in un posto o strade senza uscita che ci costringono a fare retromarcia. E come città abbiamo i nostri miti, i luoghi comuni, le rivalità con altri, le leggende e le favole. Abbiamo i nostri personaggi famosi, lo stile di vita, le delusioni.
Siamo complicati e felici di esserlo, come le città. Ogni città ama e odia sè stessa e vive in questo precario equilibrio di potenzialità e staticità. Ogni uomo ama e odia se stesso.
Siamo città, ma città invisibili: nessuno sa di esserlo e nessuno segna la mappa dei legami.