Maggio 2008 e la Bonelli inaugura una nuova miniserie: Jan Dix. Forse nata per gli orfani di Napoleone, forse per presentare un nuovo detective che però detective non è, forse per continuare la tendenza alle miniserie (negli ultimi anni fra Gregory Hunter, Brad Barron e Volto Nascosto la Bonelli si è lanciata su questa tendenza – lanciata… diciamo che è meno rischiosa di una serie che si prospetta di ampio respiro e Gregory Hunter insegna), fatto sta che Jan Dix mi ha colpito davvero.
Le doti di questo fumetto e del suo protagonista detective-che-però-vero-detective-non-è (ruolo a cui ormai siamo fin troppo abituati) sono molteplici: innanzitutto l’omicidio non è l’elemento scatenante della trama, ma, almeno per questo numero, collaterale ad essa, momento di frattura interstiziale, lieve incrinatura simile più ad una piega che ad uno strappo nella pagina. L’ambientazione è suggestiva: il mondo dell’arte, che si snoda nelle città europee e nelle riflessioni dei personaggi – riflessioni tendenti all’estremo che pongono una domanda seria: la via di mezzo è una strada debole o l’unica che consente di non perdere la coscienza del caos del reale? Il protagonista, infine, squassato da sogni al limite fra lo psicotico e la premonizione, dal carattere schivo e basculante, normale fin troppo…se non fosse per quell’avvenimento paranormale – e se invece fosse stata solo allucinazione?
Questo primo numero mi ha gradevolmente colpito, ultimamente sento la necessità di accostarmi alle arti visive poiché sono state per troppo tempo estranee alla mia vita e sento il bisogno di capirle, di essere alfabetizzato per poterle leggere. Un numero che ha fatto riflettere più sul retro della vicenda, come le Meninas di Velazquez, ma promette bene. Vedremo il secondo numero a Luglio e spero vivamente (ma molto molto vivamente) che non mi deluda.
E ora via alla lapidazione perchè recensisco un fumetto e non finisco la recensione doppia!
Ma tanto sabato parto per Brno…
prima pietra
“ultimamente sento la necessità di accostarmi alle arti visive poiché sono state per troppo tempo estranee alla mia vita e sento il bisogno di capirle, di essere alfabetizzato per poterle leggere”: certo, tutti per comprendere la storia dell’arte iniziano coi fumetti…pietoso.
beh, roberto, certo non sono stato chiaro nella spiegazione.
ma il tuo commento dimostra che hai letto affrettatamente e che non hai dato mai un occhio al resto del blog…
noteresti che mi sto avvicinando alla fotografia, che ho citato velazquez nell’articolo, ma soprattutto non capisco perchè uno non possa avvicinarsi all’arte passando dal fumetto…
certo jan dix non mi insegnerà a leggere un quadro, ma penso che mi potrà dare spunti nuovi di indagine.
insomma, il tuo mi è parso un commento frettoloso e per nulla oculato.
magari la prossima volta pensaci un po’ e leggiti un po’ attorno…
vedo che le critiche non piacciono mai a nessuno…comunque, avrò anche usato un termine sbagliato ma non mi rimangio quello che ho detto! Enrico, è un po’ che gironzolo per il tuo blog e penso di aver dato un’occhiata abbastanza approfondita a tutto: i fumetti sono roba da ragazzini che ascoltano lo ska e pensano che farsi le canne sia da fighi..E’ grandioso che tu abbia scelto la fotografia per esplorare il visibile: continua con questo, vai nel profondo delle cose. Per il resto, a parte qualche slego mentale, la tua scrittura è buona: non limitarti a citare gli altri, dai forma a tutto ciò che ti passa per la mente, tempo fa’ hai commentato Poe in una maniera così lieve e trasognata..Se anche la fotografia ti aiuta, ben venga, ma lascia davvero perdere i fumetti! Scusa, mi sembrava volessi banalizzare Vélasquez e mi son arrabbiato!
che i fumetti siano roba da ragazzini è come dire che i cartoni animati sono roba da ragazzini.
io da bambino dei simpson non capivo niente
e per Iuppiter, Uderzo è meglio di Guido Cagnacci.
A me la maggior parte dei fumetti fa schifo, ma quelli che mi piacciono mi piacciono molto. Il fatto di essere figli di un dio minore rispetto all’Arte li renderà sempre una sorta di surrogato? Come canzone-poesia? Ma vogliamo smetterla? Sì, io sì.
Roberto, ho letto il tuo commento due giorni fa a Brno, ma ero di corsa e ho preferito non rispondere, così da poter anche guadagnare tempo per ragionare meglio su ciò che voglio dire.
le critiche non mi sono piaciute perchè ho messo in gioco una parte importante di me e sono stato liquidato con un aggettivo poco dignitoso. leggendo il tuo commento, capisco che il commento è riferito soprattutto al fumetto. non so quanto ci sia di personale e di vissuto dietro alla tua descrizione di fumettari, ma mi sembra assolutistica: c’è fumetto e fumetto e capisco che tu possa dire che i fumetti della bonelli non siano capolavori, ma se prendi de luca o pazienza vedrai tutto un altro modo di accostarsi al fumetto. il fumetto è un modo di fare arte diverso da quella che viene definita canonicamente “arte”, è l’ultimo nato e quindi un po’ reietto, ma perchè bistrattarlo in questo modo?
non volevo banalizzare velazquez, anzi… ho letto poco tempo fa un racconto di Tabucchi tutto giocato sul quadro e mi sono ricordato alcune idee interessanti dello scrittore.
purtroppo (e qui lo dico con vero rammarico e nessuna ironia) le arti si sono sempre più intrecciate: libri che richiamano libri, libri che richiamano film, film che fanno eco a cantanti le cui canzoni ripropongono poesie di altri autori. e anche il fumetto c’è finito dentro, a maggior ragione per via del suo carattere ibrido; e qui ha toccato l’arte.
purtroppo io rimango fregato: perchè il mio ambito di ricerca (intendo in senso più assoluto e ‘religioso’, se mi si può passare il termine) è quello dell’umano e l’uomo in questo modo crea una serie di connessioni fra i suoi mezigues e l’arte che li rappresentano che diventa impossibile da seguire, non resta altro da fare che perdersi nelle bave di ragno che cercato di indicare ancora i nessi. quindi, purtroppo, dobbiamo accostarci un po’ a tutte le arti. fumetto compreso.
lungi da me volerti convincere, solo ti chiedo di non essere così assoluto…
Off topic nel post scriptum: ah, a brno ho comprato uno stupendo volume di magritte della taschen, cartonato e con quadri giganti. e c’erano anche schiele e soprattutto vermeer, che ho riconosciuto a colpo d’occhio perchè avevo letto jan dix.