Prendete Gesù: se invece che spezzare il pane, dicendo che era il suo corpo, avesse condiviso una terrina di fragole e panna montata? Immaginate come sarebbero piene le chiese ad ogni messa! Una cosa che neanche Ratzinger e Ruini potrebbero fermare. Le encicliche sarebbero diventati libri di cucina.
Ci sono altre scelte che la storia certo non l’hanno cambiata, ma dei danni ne hanno provocati lo stesso. Come le centinaia di rotonde che l’amministrazione comunale del mio paese ha piazzato sulla via Emilia, al posto di semafori o di semplici incroci; oppure la fondazione della squadra di calcio della Lazio; o produrre i Negramaro.
Poi ci sono le scelte che non avrebbero cambiato niente nel mondo, nella storia, nella vita di tutti quanti, ma forse sarebbe stato diverso per me.
Mi presento, mi chiamo Enrico, o meglio: rispondo al nome di Enrico. Per strada o attorno al tavolo o mentre sto sul water, se qualcuno chiama Enrico io mi guardo attorno. Se sono seduto sul water di solito controllo anche sotto, che non si sa mai… Ma io non dovevo essere Enrico!
Mia madre aveva in testa i nomi da dare a me e a mia sorella ben prima di conoscere mio padre: la femmina Giulia e il maschio Geremia; i nomi le piacevano, ne era innamorata. Conosce mio padre, si mettono assieme, mia mamma gli manda un biglietto di auguri di Pasqua con due pulcini, Giulia e Geremia. Mio padre, con puro spirito pragmatico maschilista, se ne fregava: uno vale l’altro, basta volergli bene.
I miei genitori si sposano e dopo tre anni il piccolo Geremia comincia a scalciare nella pancia della mamma finché lei non si rompe (E allora, la smettiamo con quel casino al piano di sotto?!?) e lo sfratta, mettendolo al mondo. E lì Geremia muore.
Muore perché i parenti cominciano a dire che è un brutto nome, povero bambino!, che con un nome così lo prenderanno in giro a vita; alla fine la mamma fa retromarcia (quella volta senza sbattere contro l’albero davanti alla chiesa) e decide di chiamare il bimbo Enrico.
Mio padre, con puro spirito pragmatico maschilista, se ne fregava: un nome vale l’altro.
Shakespeare e la sua rosa maledetta! La gente crede davvero che la rosa non perderebbe il suo profumo se non si chiamasse rosa.
Nel momento della nostra creazione c’è un nome, una parola che ci definisce. Scegliete voi se ci sono i gameti che si incontrano, se c’è Dio che vi forma, se è il momento di passaggio fra la vita precedente in cui eravate zanzara tigre e quella in cui sarete un essere umano. Scegliete voi se viene da qualche dio, dal mondo delle idee, dal centro della terra o dal mainframe delle macchine.
Resta il fatto che quella parola è ciò che ci fa essere il punto dal quale passano infinite rette. Infinite rette, infinite direzioni, infiniti punti, tutto lo spazio geometrico (infinito) a disposizione. Il mondo guarda il mondo.
Basta sbagliare una lettera di quella parola a creare due punti – da due punti passa una sola retta. Una retta, una direzione, infiniti punti, gran parte dello spazio geometrico (infinito) che non si può toccare.
Enrico non è un brutto nome, ma non c’è identità, gran parte del mondo mi è precluso.
Eccessivo?
Probabile: non so distinguere il ridicolo dal sublime.
E non sono il solo.