Questa settimana Giorgio Caproni, con la sua poesia “Triste riva”.
Sul verderame rugoso
del mare, la procellaria
esclama con brevi grida
la burrasca lontana.
Io a riva, anzi sul labbro
renoso ove schiuma
salina bava, solo
contemplo e comprendo intanto
il gusto della tua saliva.
Non stupisce molto l’inizio, nel quale Caproni evoca un paesaggio marino, a lui molto avvezzo. Stupisce di più la seconda parte della poesia, dove Caproni si corregge. La riva del mare non è riva, ma labbro renoso ove schiuma salina bava. Una personificazione bella proprio in virtù della correzione, ma soprattutto perchè legata ai due versi successivi. Il mare e le labbra di una donna. Caproni contempla le labbra del mare e quelle della donna che l’ha baciato, unendoli. Il mare è dolce come la donna? La donna è infinita come il mare? Oppure Caproni ama il mare come ama una donna? O viceversa? O entrambe? Non importa; o meglio, non ci è dato saperlo.
Restano le parole esaltate dalla correzione; l’errore che porta ad una nuova verità.