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Campionesse Regionali

Domenica 24 Maggio le mie “bimbe” sono diventate campionesse regionali nella categoria Top Junior Femminile del CSI. Dopo il titolo provinciale, aggiungiamo il regionale.

Foto commemorativa e tanti complimenti!

http://eljerroz.files.wordpress.com/2009/05/dsc_0243_conscritta.jpg?w=400&h=266

Peter, Bjorn & John non è il nome di una band, ma il nome dei componenti che la formano. Sono 3 svedesi e questa canzone è presa dal loro album del 2006, Writer’s block. La canzone è bella, il video particolare (e circolare), il testo buono: “e la domanda è: ero più vivo di come sono ora? sono felice di dissentire; ora rido più spesso, ora piango più spesso, sono più me stesso.”

Altro? Enjoy it!

I remember when, when i first moved here,

a long time ago,
´cause i heard some song i used to hear back then,
a long time ago.
i remember when, even further back,
in another town,
´cause i saw something written i used to say back then,
hard to comprehend

and the question is, was i more alive
then than i am now?
i happily have to disagree;
i laugh more often now, i cry more often now,
i am more me.

but of cause some days, i just lie around
and hardly exist,
and can´t tell apart what i´m eating
from my hand or my wrist.
´cause flesh is flesh, flesh as flesh as flesh,
the difference is thin.
but life has a certian ability or breating new
life into me,
so i breathe it in.
it says here we are, and we all are here,
and you still can make sense,
if you just show up and present an honest face,
instead of that grin.

and the other day, this new friend of mine
said something to me
“just because something starts differently,
doesn´t mean it´s worth less.”
and i soaked it in, how i soaked it in,
how i soaked it in
and just as to prove how right he was,
then you came.
so i´m gonna give, yes i´m gonna give,
i´m gonna give you a try,
so i´m gonna give, yes i´m gonna give,
i´m gonna give you a try

straniero

ieri leggevo un piccolo saggio e mi imbatto in questa frase:

Tanto più le comunità umane sono omogenee, compatte, chiuse in sé, consapevoli della propria identità specifica, tanto più respingono gli stranieri confinandoli nella loro diversità e accentuandone i tratti differenzianti.

e mi sono detto: “qui non si parla mica di noi” . stavo già per sbottare, ma l’occhio è stato più veloce e ha continuato a leggere:

Ma anche: tanto più le comunità umane si sentono deboli e indifese e minacciate nella propria sicurezza e identità, tanto più le figura degli stranieri vengono caricate di valori negativi, caratterizzate attraverso tratti culturali semplificatori e rigidi, trasformate in stereotipi

notare la differenza fra verbo essere e verbo sentire.

e ancora: tratti culturali semplificatori, stereotipi -  mi è venuto in mente calderoli e il maiale (no, non è una endiadi).

Comunque il saggio è questo: REMO CESERANI, Lo straniero, Laterza, Roma-Bari, 1998

Questa poesia è tratta dalla raccolta “Il primato della fioritura”, che nell’edizione italiana di Crocetti ha l’introduzione, udite udite, di Peter Handke.

Senza nome lasciai le immagini, si staccarono
fiori, nuotavano ninfee,
recise dal verde, lo stagno
catturò gli occhi, il sepolcro scintillante
concesse di svegliare il silenzio,
si tese in avanti, di vetta in vetta,
io spalancai le finestre e ti chiesi
di andare, e la selvaggina si rifugiò
oltre collina. Quando tornasti ad essere
l’immagine, ti desiderai
e il desiderio trovò una parola
per il suo ritorno. Timida e umida
la mano sfiorò la tua assenza.

toilette pubblico

l’allegra rimpatriata dei pinguini volanti purtroppo non si è svolta da pollacci, ma alle rosse.

oltre ai domokun rosa è apparso un nuovo mostro: il wc pubblico! e una marmotta barbuta esce dalla sua tazza!

dsc_0047

se la foto è un po’  “bruciata” è per via di fefed che ha scattato la foto senza controllare l’iso..

Non sono l’unico a pensare che Sanremo sia uno spettacolo per vecchi, dato che ci sono sempre i soliti vecchi a cantare le solite canzoni che sono già vecchie appena scritte. Eppure la forza costringente (e purtroppo non astringente) della radio ultimamente mi ha dato la possibilità di sentire le canzoni vincitrici di Sanremo e la famosa “Luca era gay”: mi sono accorto che Sanremo non è affatto uno show per vecchi…

Prendiamo Marco Carta, l’amic(hett)o sardo di Maria de Filippi, vincitore del garino filippiano, un cantante che nel giro di 8 mesi ha pubblicato 3 album – ok, uno è live, ma secondo il ‘teorema della qualità’ questi album sono usciti solo per sfruttare l’ondata di successo e per fare ancora più soldi con le ragazzine. ‘Carta canta’ e si presenta con una canzone che è un misto fra Ramazzotti e l’inno di Estate Ragazzi che si fa cantare ai bambini (il ritornello specialmente), infarcita da retorica da due soldi che ci racconta – no, fermi, ci racconta? No, no, ci sciorina una serie di emozioni banali su una storia d’amore; anche se rimane il sospetto che non dica niente. La melodia? Campionata e statica, di plastica, senza che ci sia una vena di spontaneità né di genuinità.
Signore e signori, questo signorino ha vinto Sanremo grazie al televoto!

Ma passiamo ad Arisa che vince nelle nuove proposte con un brano minimalista come Sincerità – il giorno successivo i giornali dicevano “ha vinto il pulcino di Sanremo”, in realtà tutti pensavano “ha vinto il brutto anatroccolo”.  Questa Pippa (è il cognome, lungi da me ogni commento simile!) si presenta con una canzone in rima baciata di una banalità disarmante, con una melodia che si ripete identica a una voce che non è per niente eccelsa (eh va bene che siamo abituati, specie pensando a Marco Masini e il suo uomo volante). Una canzone orecchiabilissima, che si appresta, per la sua facilità a diventare una hit dell’estate, una canzone che ha creato tante parodie su internet – tutte cantate da interpreti difficilmente peggior di Arisa.
Arisa vince le nuove proposte!

E infine, la tanto criticata Luca era Gay del piccione Povia; un merito va riconosciuto a Povia: ha fatto una canzone che dice qualcosa! Fanculo i bambini che fanno oh e i piccioni che fanno truuu. Poi che la canzone sia cantata in maniera orripilante, così orripilante che data in mano a Jovanotti sarebbe venuta fuori cento volte meglio (nonoftante Jovanotti non fempre riefca a pronunciare la effe) – forse anche perché Jovanotti col parlato semi-rap ci sa fare più di Povia. Ma il merito di Povia è un altro: è riuscito a trovare un argomento abbastanza scomodo da fargli pubblicità; non importa che se ne parlasse male, se ne parlava! Peccato che i suoi cappellacci non possono competere con il fisichino di Marco Carta.

Ora ditemi: dov’è che Sanremo sarebbe un paese per vecchi?
Vince un cantante non bravo con una canzone banale, ma che così facendo lancia ai giovani il messaggio “che cazzo studiate a fare? Diventate famosi, andate in tv, avrete un futuro nello spettacolo”. Vince Arisa con una canzone a malapena orecchiabile ma con un ritmo abbastanza semplice da diventare subito un tormentone. Povia perde ma chissenefrega, con la storia dei gay si è fatta così tanta pubblicità che le sue vendite si terranno tanto alte da permettergli di promettere soldi per qualche stato africano e poi scordarsi di darglieli.

Sanremo è un paese per vecchi? Sanremo è un paese per lupi. Della sezione marketing.

le strane associazioni mentali stanno come … come cosa? boh. le strane associazioni mentali che ti vengono in mente quanto torni a casa dalla campagna e vedi che il blog di michele festeggia due anni di vita e tu hai fatto delle foto alle piante di kiwi che stanno buttando e decidi che un bel modo per celebrare il compleblog mariano (cioè di mari) è postare sul tuo blog (cioè non sul suo) le suddette foto.

allora ti fermi e pensi cosa ha portato l’associazione stramboide e rifletti pensando che michele è barbuto e peloso e che deve sbocciare e che magari verso novembre, quando potrò raccogliere i kiwi, si potrà scaricare qualche nuova chicca michelemariana (così non ci sono più dubbi) come le poesie voltesi o un inno di insulto agli scout.

poi ti rendi conto che hai straparlato e non puoi dire che mari è come un kiwi perchè i kiwi sono come i frati francescani, marroni e pelosi, ma senza sandali e michele non è un frate francescano neanche a morire e poi risorgere come figlio illegittimo di una suora e di un cardinale tipo milingo.

e allora vaffanculo a tutto e beccatevi la foto e andate sul blog di michele e mandatemi 10 euro sul mio conto paypal.

ah, la foto ovviamente fa schifo. potrei dare la colpa all’obiettivo o dire che non sono bravo a fare le macro. scegliete la scusa che più vi aggrada.

le mie piantine di kiwi cominciano a buttare

le mie piantine di kiwi cominciano a buttare

ps = io non so quando compie gli anni il mio blog…come mai lui sì?

Il motto dell’unto

Il nano Silvio Berlusconi, che definisce se stesso come “l’unto del Signore”, probabilmente dalla seguente frase ha tratto ampia ispirazione e giustificazione:

“Chi si innalza sarà abbassato
e chi si abbassa sarà innalzato”. (Mt 23,12)

Prendiamo due siti: uno è quello che si può definire “il leader del settore” nell’ambito dei sottotitoli italiani, l’altro si presenta con un altisonante sottotitolo “Cultura dell’immagine e della parola”. Pochi misteri, si tratta di Itasa e di Hideout.

Hideout si divide fra cinema e letteratura, focalizzandosi soprattuto sul primo. Fra le sue tante rubriche c’è l’interessante “i dispersi“:

Ogni anno, nel mondo, vengono prodotti circa 25.000 film. Di questi, meno di 500 vengono distribuiti in Italia. Tra le altre migliaia, abbiamo voluto sceglierne una piccola selezione. Abbiamo chiamato questi film “i dispersi”: vogliamo ritrovarli e farli conoscere il più possibile, perchè quello che non vogliamo è che un bel film, solo perchè snobbato dalla distribuzione italiana, rimanga sconosciuto.

Cosa succede se Itasa decide di mettersi sotto e di fornire i sottotitoli per questi film non comparsi nella frande distribuzione, ma ben presenti nei circuiti p2p?
Succede che ci mettiamo a ringraziare i due siti e cerchiamo di far pubblicità a questa iniziativa scrivendo un articolo sul blog.

GIOVANNA FRENE, Autoritratto dalla raccolta Datità

Autoritratto

Questa immobile fissità        sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio    mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza    fingere di ginfere la finzione
del non sentire     proferire perfetti
simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così        riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto        un uno.

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